“In loco dicto Querceta”
1265 – GUIDO da Vallecchia (Guido da Corvaia)
La colonizzazione romana della Versilia inizia intorno al 180 A.C. ed in quel periodo, nel territorio di Querceta, passava uno degli assi della centuriazione.
La centuriazione (centuriatio o castramentatio) era il sistema con cui i romani organizzavano il territorio agricolo, basato sullo schema già adottato nei castra e nella fondazione di nuove città.
Si caratterizzava per la regolare disposizione, secondo un reticolo ortogonale, di strade, canali e appezzamenti agricoli destinati all’assegnazione a nuovi coloni (spesso legionari a riposo).
Una delle prime citazioni storiche di Querceta, si trova alla fine del 1200 ed è dovuta a Guido da Vallecchia (Guido da Corvaia), vissuto per buona parte della vita e della carriera, a Pisa.
La sua fama è legata all’opera da lui redatta e nota come “Libri memoriales”, suddivisa in tre libri. Il primo, iniziato nel 1265, elenca le proprietà ed i redditi appartenenti a lui e ai suoi fratelli, posti nella città di Pisa e prosegue con la lista degli appezzamenti in Versilia.
Uno degli appezzamenti è indicato appunto con “… in loco dicto Querceta … ”
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** Quanto segue è riportato integralmente dalla pagina della Proloco Querceta (www.prolocoquerceta.it):
In verità, Emanuele Repetti, storico e geografo del territorio toscano, d’origine carrarese, sosterrebbe che questo nome si trova già in un atto del 2 settembre 954 ma, a quanto ci consta, non esistono riscontri a tale affermazione.
Tuttavia, che sul finire del primo millennio dell’era cristiana questo luogo fosse già coperto da estesi boschi o boscaglie di querce (una querceta, appunto) non v’è dubbio, anche perché i documenti medievali attestano l’esistenza di un immenso bosco in luoghi che in epoca romana erano perfettamente coltivati.
Anche il nome “Salto della Cervia”, che contraddistingue una località compresa nel territorio quercetano, stava ad indicare un degradato paesaggio boschivo e pastorale (dal latino saltus) e non certamente il balzo di una graziosa cerbiatta, come forse molti ritengono.
Dopo la presenza etrusca e successivamente quella ligure apuana, che peraltro ci offre oggi scarsi reperti nella zona, inizia, intorno al 180 a.C., la colonizzazione romana vera e propria della Versilia.
L’archeologia testimonia che gli insediamenti furono quasi totalmente di tipo agricolo e che il periodo di maggior popolamento corrisponde probabilmente al I secolo d.C.
È particolarmente interessante porre la nostra attenzione su quella che può, a giusto titolo, l’origine romana di Querceta. Non tanto di un inesistente centro urbano o di un qualche castrum magari ad uso delle legioni impegnate nei durissimi scontri con le fiere popolazioni apuane, quanto di un territorio mirabilmente organizzato al fine di un miglior sfruttamento delle risorse agricole. Il che avveniva, secondo una pianificazione universalmente adottata dai romani, con la suddivisione del suolo in un reticolo a maglie regolari che prendeva il nome di centuriazione e che presentava cospicui vantaggi di vario ordine, tra cui quello della migliore viabilità. È proprio osservando questa che si può notare come, pur col trascorrere di ben due millenni, diverse strade della zona di Querceta seguano ancora le linee tracciate dagli agrimensori romani. Inoltre, sono ben visibili resti di muri e cumuli di sassi, certamente posteriori a quel periodo ma ugualmente indicativi, che seguono una linea di centuriazione (un “cardine”) lungo le vie oggi denominate Madonnina e Fiumetto.
Se dunque i fitonimi Querceta, Frasso, Cafaggio, stanno ad indicare la vasta esistenza di consorzi forestali nati in epoca altomedievale, è anche singolare che proprio in Versilia permangano oggi le tracce meglio conservate dell’antica centuriazione. È un segno, si dovrebbe dire, che qui l’incolto non è mai riuscito a trionfare completamente e che una forma attiva di vita vi si è mantenuta nel tempo.
Del resto, se la via romana Emilia di Scauro era finita sotto le acque del lago di Porta, una nuova arteria, la famosa Francigena-Romea, in parte ricalcante quella consolare, costituì strumento di transito frequente e, come oggi, internazionale. Ad esso contribuì in misura non indifferente il traffico del porto di Motrone, uno dei principali del Mediterraneo in epoca medioevale, collegato carrabilmente con la Lunigiana e la Lombardia.
Gran movimento lo offrirono poi le lotte secolari tra Lucchesi e Pisani che dei circastanti castelli di Corvaia, Vallecchia e Montignoso facevano oggetto di scontri ripetuti e sanguinosi. Viva e duratura impressione suscitò il passaggio di Carlo VIII e del suo esercito nel 1494. E siamo al XVI secolo. È una Querceta per lo più incolta, dove prevalgono i terreni a pascolo (caratterizzati da un accentuata forma di seminomadismo) con pochi campi di segale, miglio e lupino, che vede la presenza di Michelangelo. Il grande artista, venuto a procurarsi i marmi per la tomba di Papa Giulio II e per la facciata della fiorentina basilica di San Lorenzo, dovrà impiegare molti dei suoi sforzi per aprire la via dell’Altissimo e completarla, nel 1518, con la costruzione del tronco che unisce la piana di Querceta al mare. Il Cinquecento è anche il secolo dei grandi lavori di sistemazione idraulica della pianura versiliese che vedono in primo luogo la deviazione del fiume Versilia. È un primo, notevolissimo intervento di bonifica ma bisognerà attendere quasi la metà del secolo scorso per vedere finalmente debellato il drammatico fenomeno della malaria.
“Ma la Vergine Santa aveva rivolto il suo occhio misericordioso anche a questa infelice regione”. Ai primi del 1644 passa di qua un pellegrino francese, reduce dalla Santa Casa di Loreto, che reca un’immagine di quella Vergine Lauretana. Giunto in un luogo detto “alla Croce”, spinto, come narra la cronaca, da un “superiore impulso”, lascia la sacra immagine appesa ad un muro o, forse, ad una quercia.
Il Canonico Agostino Neri, in un suo prezioso libricino di un secolo fa, ricorda che tale evento suscitò un’immensa devozione e non solo nelle genti quercetane, che portò in breve alla decisione di edificare sul posto una nuova chiesa, condotta a compimento nel giro di una quindicina d’anni e che è poi, anche se non identica, quella attuale. Si può anche ricordare che, poco dopo il rinvenimento, l’immagine venne trasportata, ma sarebbe meglio dire trafugata, a Seravezza dove però una furiosa tempesta fece capire che quello non fosse il luogo voluto dal Cielo. E potrebbe esser questo il primo episodio di una sorda incomprensione campanilistica fra il capoluogo e la sua più importante frazione.
L’evento, intanto, rinfocola la disputa tra le comunità di Seravezza e di Pietrasanta a proposito del territorio quercetano e la questione durerà ancora a lungo, più di cinquanta anni.
La “Madonna di Querceta”, come prende a chiamarsi il luogo, vedrà aumentare a poco a poco la sua popolazione, sparsa qua e là in borgate, dedita sempre alle attività agricole, mentre la quercia cede all’olivo. “Codesta contrada ora è coperta di giganteschi oliveti”, scriverà il citato Repetti, e un documento del 1782 precisa che i terreni “ulivati” coprono, nella zona di Querceta e di Ripa, una superficie di 3.815 staia pietrasantine, che fanno quasi 390 ettari. Olivi, agrumi, ortaggi, apicoltura, allevamento ovino, frantoi e molini costituiscono le cure del cavalier Luigi Angiolini, diplomatico del Granduca di Toscana ed uno dei più importanti personaggi della storia versiliese, il quale vi si dedica, oramai in ritiro, nel secondo decennio del secolo scorso. Siamo al “Buon Riposo”, e per l’esattezza in quel “Campo del Cavaliere”, così chiamato sino a pochi anni, dove sorge il “campo” che vede ogni anno i riti primaverili del nostro Palio.
Del resto, se l’Angiolini non era un cavaliere di medievale memoria, era pur sempre appartenente all’Ordine Militare di Santo Stefano, il che rimanda ugualmente a storiche tenzoni e ben si collega alle odierne e per fortuna incruente “giostre” che le Contrade quercetane celebrano annualmente.
Il trionfo agricolo propiziato dall’Angiolini coincide col periodo che vede gettare le basi di un nuovo e prorompente sviluppo per l’intera Versilia. È in quegli anni infatti, che riprendono le escavazioni del marmo e si rende necessario ripristinare la via marina, costruendo di nuovo il Ponte di Tavole. Per lungo tempo, il vantaggio economico per la piana è marginale, mentre si ingrandiscono e si abbelliscono Seravezza e Forte dei Marmi.
Querceta è intanto divenuta vicaria parrocchiale, staccandosi da Vallecchia nel 1783 e vera e propria parrocchia perpetua nel 1805 (sarà poi eretta in pievania nel 1889 e in propositura nel 1936) e fino al 1911 comprenderà anche il territorio della Marina. Fin verso il 1860 resta una zona esclusivamente agricola, che vede accrescere la sua popolazione oltre le tremila anime e che ha un ritmo di vita che pulsa con sempre maggiore frequenza, favorito dalle migliorate condizioni igieniche della parte più bassa della campagna. È pur sempre il ritmo tradizionale del mondo antico, ora allietato dalla novità del secolo, l’Opera Maggio che impegna le aie delle case coloniche e le fantasie dei protagonisti e degli spettatori.
Ma l’avvento del nuovo Regno, quello venuto dal lontano Piemonte, abbatte la dogana di Porta e vede l’arrivo sbuffante del treno: è il 1° febbraio del 1862. In quel tempo si benedice il cimitero e ci si dà cura di ingrandire la chiesa, i cui lavori porteranno però al disastroso crollo della cupola il 29 agosto 1864.
Anche per Querceta, finalmente, è venuto il momento dei grandi cambiamenti. Sui vagoni delle Ferrovie Livornesi (poi Romane) si carica il marmo che va al porto labronico, a Firenze, a Parigi. Derrate agricole, legnami ed altre merci vi arrivano e partono a piccola e a grande velocità (nel 1891, per esempio, il movimento ferroviario è di circa 47.000 tonnellate). Henraux, Buselli, Ferrugento Giorgini, Delmoth: sono fra i primi che fanno biancheggiare di marmi gli olivi e le antiche querce, mentre Marco Borrini, il vecchio pioniere, il primo e grande benemerito dello sviluppo versiliese si spenge, “povero e derelitto”, in Cafaggio.È un segno delle tante contraddizioni dell’epoca industriale ma il progresso è oramai in moto, inarrestabile. Il resto, è storia recente..
Della “Madonna di Querceta” non resta poi molto: né la pace dei campi, scomparsa sessant’anni fa; né le figure caratteristiche; né quella devozione fervida che i suoi abitanti mostrarono alla miracolosa comparsa di una povera Immagine. Lo stesso Palio, che vuole essere un aggrapparsi sull’ala della fantasia al buon tempo antico, ha in sé i germi di legittime e logiche spinte centrifughe delle varie Contrade che, una volta, erano Querceta senza discussione.
Siamo alle soglie del futuro, e non sappiamo bene quale sarà. Di sicuro, la zona è una delle più importanti al mondo per la lavorazione del marmo e del granito, con imprenditori che percorrono e percorreranno con valore le strade tracciate da Michelangelo e da Borrini e sulle quali sappiamo di poterli seguire con tranquilla fiducia.
Fabrizio Federigi
Direttore di “Studi Versiliesi”, rivista dell’Istituto Storico Lucchese, sezione Versilia.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Senza dimenticare le opere fondamentali del Santini e del Campana e il manoscritto, conservato nellarchivio parrocchiale di S. Maria Lauretana, del P.Giuseppe Mattei (documenti relativi alla Madonna e chiesa di Querceta), si deve senz’altro ricordare in primo luogo il libro del Can. Agostino Neri, “La Madonna a Querceta, memoria storica”, Poggibonsi 1897. Querceta ha spazio notevole, o almeno interessante, in numerose opere che riguardano la Versilia, anche di carattere letterario (D’Azeglio, Pea, Cicognani). Per brevità, ricordiamo le più importanti:
Antonio Bartelletti, Boschi ed incolti nel paesaggio, nell’economia e nella cultura del Medioevo, I. Il caso della pianura pisano-versiliese, “Studi Versiliesi”, II, 1984.
Antonio Bartelletti, Antonella Tartarelli, Agricoltura e mondo rurale della Versilia del Cinquecento, in “Barga medicea e le enclaves fiorentina della Versilia e della Lunigiana”, a cura di Carla Sodini, prefazione di Giorgio Spini, Firenze 1983.
Leopoldo Belli, Aspetti della colonizzazione romana in Versilia, “Studi Versiliesi”, I, 1983.
Fabrizio Federigi, Versilia – Linea Gotica, Roma 1979.
Fabrizio Fedegiri, Meraviglie versiliesi dell’Ottocento, Querceta 1981.
Giorgio Giannelli, La Bibbia di Forte dei Marmi, Roma 1979, 3a ed. – La Toscana paese per paese (alla voce “Seravezza”), Firenze 1980.
Danilo Orlandi, La Versilia nel Risorgimento, Roma 1976.
Costantino Paolicchi, I paesi della pietra piegata, Firenze 1981.
Roberto Roni, Origini del Palio dei Micci, Querceta 1980 (come quella del Can. Neri, è un’opera interamente dedicata a Querceta).
Riesce utile, infine, consultare le raccolte dei quotidiani “La Nazione” ed “Il Tirreno” e del mensile “Versilia Oggi”.
